Eros and the olive tree: when oil was the perfume of the gods
Prima che diventasse un condimento, l’olio d’oliva era un linguaggio.
Lo usavano per parlare al corpo, per onorare gli dei, per sedurre e per guarire. Lo versavano sulla pelle dei guerrieri prima della battaglia e su quella degli amanti nel segreto del letto. Lo offrivano ai vincitori delle Olimpiadi e alle spose alla vigilia della prima notte di nozze.
Nel mondo greco e romano, l’olio d’oliva non era un ingrediente. Era un atto culturale. Una forma di cura del corpo che oggi chiameremmo skincare, benessere, sensorialità, e che allora era semplicemente parte di come si viveva.
Ripercorrere quella storia significa capire qualcosa di essenziale: il piacere di un buon olio non è una conquista moderna. È una memoria molto antica.
Il corpo come tempio: l’olio nelle palestre greche
Nell’antica Grecia, il corpo era un’opera d’arte degna di cura sistematica. Nelle palestre, prima e dopo l’allenamento, gli atleti si ungevano con olio d’oliva mescolato a sabbia fine. Non per esibizionismo: l’olio proteggeva la pelle dalle abrasioni, manteneva i muscoli caldi, creava una barriera contro il freddo e l’umidità.
Dopo lo sforzo, lo stesso olio veniva rimosso con uno strumento di bronzo chiamato strigile, portando via con sé sudore, sabbia e impurità. Era un rituale igienico che aveva nella palestra il suo luogo sacro, un luogo in cui corpo e spirito si allenava contemporaneamente.
Quello stesso olio, nelle mani di un atleta vincitore ai Giochi Olimpici, diventava simbolo. I vincitori ricevevano anfore di olio d’oliva attico come premio, prodotto negli oliveti sacri ad Atena nei pressi di Atene. Un premio che era nutrimento, ricchezza e distinzione insieme.
Omero e l’olio: dal campo di battaglia al letto di Ulisse
Nell’Iliade e nell’Odissea, Omero cita l’olio d’oliva con una frequenza che non lascia spazio a dubbi sul suo peso nella vita quotidiana. Non è un dettaglio di colore: è una presenza strutturale nei momenti più intensi della narrazione.
Quando Achille riceve la notizia della morte di Patroclo e si getta nella disperazione, è Teti, sua madre divina, che accorre con unguenti e oli per preparare il corpo dell’amico caduto. L’unzione non è solo igiene funebre: è rispetto, è affetto, è l’ultimo atto di cura che si può tributare a chi si è amato.
Il rapporto tra Achille e Patroclo ha attraversato i secoli come uno dei grandi esempi di amore totale nell’antichità, fatto di fedeltà assoluta, rivalità e tenerezza. L’olio, in quella storia, compare come elemento di intimità: il corpo dell’altro come luogo sacro che merita attenzione e cura.
Ma è nell’Odissea che l’ulivo compie il gesto più poetico dell’intera letteratura classica. Il letto di Ulisse non è stato costruito con legno tagliato e trasportato. Ulisse ha potato un vecchio tronco di ulivo che cresceva nel centro della sua casa, ha lasciato la radice a dimora, e ha ricavato dal legno vivo il giaciglio matrimoniale. Tutta la casa è stata costruita intorno a quell’albero.
Il letto di Ulisse è radicato alla terra. Non si può spostare, non si può portare via. È fedeltà costruita nel legno di un ulivo che ancora respira.
Quando Penelope, per mettere alla prova il marito di ritorno dopo vent’anni, dice che ha spostato il letto, Ulisse si indigna con la certezza di chi sa che quel letto non può essere spostato. È il dettaglio che prova la sua identità più di qualsiasi altro segno.
Afrodite, il profumo e la seduzione
Gli antichi conoscevano le proprietà emollienti e lenitive dell’olio d’oliva non per chimica, ma per esperienza accumulata nei secoli. E ne avevano fatto un elemento centrale nella cosmesi e nella seduzione.
Le essenze profumate dell’antichità erano quasi tutte a base oleosa: mirra, incenso, rose, gelsomino, lavanda venivano macerate nell’olio per estrarne i composti aromatici. Quello che oggi si chiama profumo, nella Grecia classica si chiamava myron, e aveva sempre l’olio come vettore.
Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, non appariva mai senza unguenti. Nei racconti mitologici, il suo corpo sempre unto e profumato era parte integrante del suo potere di seduzione. L’olio sulla pelle non era vanità: era preparazione, era intenzione, era il gesto con cui ci si rendeva degni del piacere.
Esiste un mito minore ma affascinante che riguarda un barcaiolo di nome Faone, vecchio e rude, che un giorno traghetta Afrodite travestita da vecchia senza chiederle nulla in cambio. In segno di gratitudine, la dea gli regala un piccolo vaso contenente un unguento capace di rendere chi lo usasse bellissimo e desiderato. Quell’unguento era fatto di olio d’oliva. Da quel momento, le donne di tutta l’isola di Lesbo si innamorarono perdutamente di lui.
Roma, la notte di nozze e Aristotele
A Roma, la tradizione orale tramandava alle spose, attraverso le madri, l’uso dell’olio d’oliva nella prima notte di nozze. Un consiglio pratico che si basava sulle proprietà lenitive e lubrificanti dell’olio, note empiricamente anche se non ancora spiegate in termini scientifici.
Aristotele, nel quarto secolo a.C., aveva teorizzato che un unguento a base di olio applicato prima dell’atto sessuale potesse ridurre la probabilità di concepimento. Una convinzione priva di qualsiasi fondamento fisiologico, naturalmente, ma indicativa di quanto il corpo femminile e il controllo della fertilità fossero materia di riflessione anche per i più grandi intelletti dell’antichità.
Più credibile, e verificata nel tempo, era invece la tradizione di usare l’olio come unguento medicale. Gli Ospedali di Santo Spirito a Roma, molti secoli dopo, avrebbero utilizzato l’olio d’oliva della Tuscia come trattamento depurativo per il fegato. Quella che era tradizione empirica aveva una base reale: i polifenoli dell’extravergine di qualità hanno proprietà antinfiammatorie documentate dalla scienza moderna. Gli antichi non conoscevano l’oleocantale, ma ne avevano intuito gli effetti.
Atena contro Poseidone: come nacque la città sacra all’ulivo
La fondazione di Atene è, tra tutti i miti dell’ulivo, il più eloquente sul valore che i Greci attribuivano a questa pianta.
La leggenda racconta che Zeus decise di assegnare la protezione della nuova città al dio che avesse offerto il dono più utile agli uomini. Poseidone colpì la roccia con il tridente e ne fece sgorgare un cavallo: rapido, potente, capace di vincere le battaglie. Atena conficcò la lancia nel suolo e da quella ferita nacque un ulivo.
Zeus scelse Atena.
Perché un albero lento, che impiega decenni a dare frutto, fu giudicato più prezioso di un cavallo da guerra? Perché l’ulivo dava olio per cucinare, per illuminare, per ungere e guarire. Perché era cibo, medicina, profumo e luce insieme. Perché sopravviveva ai secoli, trasmetteva la memoria di chi lo aveva piantato, radicava le famiglie alla terra.
La città fu chiamata Atene, e l’ulivo divenne sacro per tutti i Greci.
Una memoria che non si è persa
Tremila anni dopo, sulle colline tufacee della Tuscia viterbese, crescono olivi che hanno radici nella stessa civiltà. La cultivar Caninese è coltivata su quelle terre dall’epoca etrusca: stessa terra vulcanica, stesso vento dalla Maremma, stessa cura nella raccolta.
Il modo in cui gli antichi Greci intendevano l’olio, come linguaggio del corpo, come atto di cura, come forma di piacere consapevole, non è poi così lontano da come un extravergine di eccellenza vive sulla tavola di chi lo sa scegliere. Non come condimento, ma come gesto. Non come grasso, ma come emozione sensoriale.
Quella memoria è ancora qui.
Dalla Tuscia Etrusca
Forte & Eccelso, Cuvée del Fondatore
Il blend di Paolo Borzatta. Un olio che non rinuncia a niente: fruttato intenso, amaro deciso, persistenza lunga. Fatto per chi cerca nel cibo non solo nutrimento, ma riconoscimento. Come facevano i Greci.

Forte & Eccelso – Founder's Cuvèe
More than just an oil, it is a force of nature: imagine the energy of a green field where the vibrant power of pepper and wild chicory blends with the delicacy of flowers and pine nuts. A rare and magnetic balance, capable of captivating the senses with its complexity and leaving an indelible memory. It is pure excellence, created for those who seek an emotion on the plate that goes far beyond simple taste.
